Nel panorama delle grandi società di architettura e ingegneria, si osserva spesso un fenomeno paradossale: il BIM viene trattato come un binario parallelo alla progettazione. Da una parte scorre il pensiero creativo e tecnico, declinato secondo schemi tradizionali (spesso bidimensionali o analogici); dall'altra, quasi per inerzia procedurale, si muove la "macchina" della modellazione, impegnata a tradurre a valle decisioni già prese altrove.
Questa scissione non è solo un’inefficienza operativa, ma un errore concettuale che mina l’armonia dell'opera e la salute mentale di ogni BIM Expert.
1. Progettare "in" BIM vs Progettare "per" il BIM
Esiste una differenza sostanziale, quasi ontologica, tra il semplice "fare il modello" e la progettazione nativa digitale.
La progettazione tradizionale tende a produrre elaborati che sono rappresentazioni di un'idea.
La progettazione in BIMè la costruzione virtuale dell'idea stessa.
Progettare fin dall'origine all'interno di un ecosistema informativo significa che l'oggetto architettonico nasce già consapevole del suo contesto, dei suoi vincoli fisici e della sua coerenza interna. Non si tratta di "disegnare meglio", ma di abitare lo spazio decisionale in modo diverso. Se il BIM interviene solo a valle, il modello diventa un mero adempimento burocratico, privo di valore aggiunto per la qualità del costruito.
2. La Formazione Pragmatica: Imparare a "Costruire Virtualmente"
L’adozione precoce del metodo BIM non è solo un acceleratore di processi, ma un catalizzatore di competenze. Quando il personale tecnico è immerso in un workflow informativo sin dalle prime fasi di concept, la formazione smette di essere teorica e diventa estremamente pragmatica.
Il tecnico non impara solo a usare un software; impara a scontrarsi con la realtà della costruzione nel mondo digitale. Questo approccio forza il progettista a valutare interferenze, tolleranze e sequenze costruttive molto prima che queste diventino un problema di cantiere. Il risultato è una crescita esponenziale della consapevolezza tecnica: progettare in BIM costringe a dare un "peso" e una "funzione" a ogni linea, trasformando il disegnatore in un costruttore digitale.
3. Il Caos delle Aggregazioni e il Silenzio del Dialogo
Il mercato attuale spinge verso l'aggregazione di più studi e imprese in Raggruppamenti Temporanei (RTP)per competere su gare d'appalto complesse. Tuttavia, la scala del progetto non sempre corrisponde alla qualità del coordinamento.
Ciò che accade frequentemente è una mala gestione del flusso informativo: ogni studio tende a isolarsi nel proprio "orticello" tecnico, applicando standard propri e logiche di archiviazione non comunicanti. In assenza di un Common Data Environment (CDE)strutturato secondo la UNI 11337e realmente abitato dai coordinatori, il BIM smette di essere uno strumento di interoperabilità e diventa un moltiplicatore di entropia.
Manca, in molti casi, una figura di dialogo chiara. Non un semplice "unificatore di file", ma un architetto dell'informazione che sappia stabilire le regole di ingaggio semantico tra i diversi attori. Senza questa regia, l’aggregazione non produce sintesi, ma solo una sovrapposizione di modelli che "non si parlano", lasciando scoperte zone d'ombra che si manifesteranno inevitabilmente in fase di esecuzione.
4. Conclusione: Verso una Nuova Consapevolezza
Dobbiamo smettere di considerare il BIM come un output e iniziare a viverlo come l'unico binario possibile della progettazione contemporanea. Le grandi società devono comprendere che la transizione digitale non è un costo tecnologico, ma un'opportunità per recuperare quel senso di armonia e coerenza che il "binario parallelo" ha inevitabilmente frammentato.
Progettare in modo consapevole significa rimettere al centro il dato, la sua qualità e la sua capacità di generare dialogo tra le diverse discipline, fin dalla prima riga di codice informativo.
A questo scenario si aggiunge un fattore generazionale e culturale spesso taciuto: il divario tra chi detiene la governance dei grandi studi e il metodo digitale. La 'vecchia guardia' della progettazione, pur mantenendo saldamente le redini della visione strategica, fatica a tradurre il paradigma BIM in un concetto per loro accettabile o intelligibile. Per molti decisori senior, il BIM rimane confinato nella categoria degli 'strumenti tecnici' – un’attività di produzione delegabile – e non viene percepito come quello che realmente è: un nuovo linguaggio di sintesi progettuale. Questa incapacità di introiettare il metodo alla radice crea un cortocircuito strutturale: la direzione continua a pretendere workflow analogici su infrastrutture digitali, forzando il progetto su quei binari paralleli che rendono impossibile una reale integrazione. (concedetemi la critica velata)
